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La fragilità psichiatrica e cognitiva non può e non deve mai tradursi in una riduzione del livello di attenzione medica. Una recente e significativa sentenza del Tribunale di Arezzo ha riaffermato con forza un principio etico e giuridico imprescindibile: il diritto di qualsiasi malato, anche terminale o affetto da demenza grave, a ricevere cure adeguate volte a migliorare la qualità della sua vita residua.

Il caso clinico: una catena di omissioni fatali

Nel 2020, un paziente psichiatrico affetto da demenza ingravescente viene condotto al Pronto Soccorso di un ospedale toscano manifestando tosse, rialzo febbrile e tremori. Nonostante il quadro clinico instabile, l’uomo viene dimesso dopo poche ore con una semplice diagnosi di “sindrome influenzale”.

A distanza di soli due giorni, a causa del drastico peggioramento dei sintomi, il paziente viene nuovamente ricoverato in gravissime condizioni e trasferito d’urgenza nel reparto di rianimazione di un secondo ospedale toscano. Qui, dove rimarrà per circa venti giorni, i sanitari riscontrano una grave ipernatremia (tasso di sodio nel sangue estremamente elevato) e intervengono con terapie specifiche per normalizzare i valori, annotando con precisione la problematica nella cartella clinica.

Una volta stabilizzato, l’uomo viene nuovamente trasferito presso l’ospedale del suo Comune di residenza. Tuttavia, durante quest’ultimo ricovero, per cause rimaste ignote, i medici sospendono la nutrizione e i farmaci salvavita necessari a tenere sotto controllo il tasso di sodio. Nel giro di una settimana, l’uomo muore a causa di uno shock indotto dall’ipernatremia non monitorata.

La perizia del Tribunale di Arezzo: negligenza accertata

Dinanzi al decesso, i familiari si sono rivolti al Tribunale di Arezzo per chiedere giustizia. I Consulenti Tecnici d’Ufficio (CTU) nominati dal Giudice hanno confermato che la morte è stata direttamente causata dalla grave negligenza e imperizia dei sanitari.

Secondo i periti, il paziente:

“Avrebbe necessitato di un subitaneo ricovero sin dal primo accesso al Pronto Soccorso in un ambiente ad alta densità di cura, idoneo a garantire un monitoraggio costante dei parametri chimici e respiratori, un’assidua correzione dei valori del sodio, nonché un’adeguata vigilanza sull’idratazione e sul nutrimento.”

Oltre 100mila euro di risarcimento: anche una vita breve ha valore

L’azienda sanitaria ha cercato di difendersi sottolineando che l’uomo, a causa della sua grave demenza progressiva, fosse già estremamente compromesso e non avrebbe comunque avuto una lunga aspettativa di vita.

Il Tribunale di Arezzo ha rigettato fermamente questa tesi difensiva, condannando la struttura a risarcire i familiari con oltre 100.000 euro, oltre al pagamento delle intere spese legali. La motivazione della sentenza stabilisce una pietra miliare nella giurisprudenza della responsabilità medica:

«Un paziente affetto da demenza ingravescente non è un paziente perso, né tantomeno da trattare in maniera superficiale per il solo fatto che la sua condizione è destinata a peggiorare. Il miglioramento della qualità della vita residua è l’elemento centrale delle cure che il medico deve prestare a TUTTI i pazienti, indipendentemente dalle patologie da cui sono affetti.»

Conclusioni: cosa significa per le famiglie?

Questa decisione protegge i diritti dei pazienti più fragili e indifesi. La legge stabilisce che il valore della vita umana non si misura in “giorni rimanenti”: ogni paziente ha diritto a vivere il tempo che gli resta dignitosamente e senza sofferenze evitabili causate dalla trascuratezza dei medici.